Perchè…”alla cazzo di cane”

Perchè…”alla cazzo di cane”

2021-08-03 1 Di   Eustorgius   In   Vipereos mores non violabo   

Per chi mai passasse in piazza Missori, la cosa che più da all’occhio e in alcuni casi un forte senso d’angoscia, sono i resti dell’abside di San Giovanni in Conca. Una basilica di età paleocristiana, abbattuta nel 1947 per lasciare il passo alla Milano post bellica dei grandi viali. Quella piazza è forse uno dei luoghi maggiormente alterati dal tempo, modificando con essa drasticamente l’assetto e la percezione della piccola porzione della Milano storica nota come “Bottonuto”.

Quello che poche persone conoscono è l’esistenza, nella vecchia piazza accanto alla facciata della basilica, di una casa (e di una storia) che ancora oggi influenzano una parte della cultura italiana. Edificata intorno al XV secolo da Bernabò Visconti, la “casa dei cani” era anzitutto la residenza del Duca e della sua famiglia e anche, neanche a dirlo, una enorme oasi canina.

Il Signore della città, uno dei più controversi della storia meneghina, era ossessionato dai cani a tal punto che si dice ne possedesse circa cinquemila e che vagassero liberamente per la città rialloggiando di sovente nella loro dimora; quando ciò non era possibile, dato il cospicuo numero, i cani (facilmente riconoscibili da un collare rosso con il Biscione visconteo) entravano nelle case dei milanesi e lì iniziava un supplizio che avrebbe accompagnato il cittadino per moltissimi anni. Infatti, per volere del Bernabò, se mai uno dei suoi cani avesse scelto una casa ed una famiglia, la stessa sarebbe stata costretta a pulirli, sfamarli e curarli.

Alla faccia di chi dice che l’uomo è il padrone del cane!

Semmai il cane si fosse affezionato al nuovo proprietario (suddito, per meglio dire) e la voce si fosse sparsa, il malcapitato cittadino sarebbe stato ciclicamente chiamato alla dimora in piazza Missori affinchè Bernabò stesso potesse verificare lo stato di salute e igienico del quadrupede. Guai se il cane fosse stato trovato malnutrito o malato! Le pene che il Signore avrebbe inflitto ai cittadini poco diligenti sarebbero state da girone dantesco…

Da questa storia, avvolta tra mito e leggenda, derivava l’espressione milanese “alla Cà di càn” (andata in disuso agli inizi del ‘900) per indicare il senso di angoscia del recarsi in un determinato luogo.

Milano però, crocevia di persone e culture nonchè tramplino di lancio storico di diverse avanguardie culturali, non lasciò questa locuzione tra le sue spesse mura. Infatti, il termine si rivelò così diretto e “armonico” da integrarsi alla perfezione con i vari dialetti e accezioni di cui ricca da nord a sud è l’Italia, storpiandolo con il più turpe “cazzo di cane” al fine di identificare una azione fatta male o priva di criterio.

Oggi della Cà di càn non rimane più nulla, distrutta e più volte ricostruita fino alla scomparsa definitiva, come detto all’inizio, nei mesi subito successivi alla fine del secondo conflitto mondiale. Nonostante l’incedere della modernità con tutto il suo fardello di oscenità e stupri scolpiti sulla cartapesta, è come se la storia riecheggi lontana proprio attraverso quelle esclamazioni profferite dalle genti d’oggi. Innocentemente ignare del passato delle loro stesse espressioni quotidiane.